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  • Andrea

Pedalare non fa venire il mal di schiena

Partiamo da una domanda: la bicicletta fa venire mal di schiena?




Andare in bici può essere un’intensa attività sportiva, ma anche, semplicemente, un’utile alternativa all’utilizzo di altri mezzi di trasporto in città.



Anche nell’esperienza quotidiana in ambito sportivo e riabilitativo la “cyclette” viene indicata come uno dei principali strumenti da utilizzare per fare attività aerobica, allenare il proprio sistema cardiovascolare e polmonare e, magari, perdere qualche chilo nonostante non ci si alleni da un po’.


In riabilitazione la pedalata si rivela un ottimo alleato per andare a ricondizionare la muscolatura dell’arto inferiore in seguito a traumi o interventi chirurgici, come ad esempio la ricostruzione del legamento crociato anteriore o la protesi d’anca.


Basandoci su queste informazioni potremmo dunque rispondere con un secco “no!”.


Tuttavia la pratica clinica sembrerebbe suggerire che non è sempre così. Dividiamoci quindi in due categorie di “pedalatori”.



“Alcuni studi hanno trovato delle relazioni tra l’insorgenza della sintomatologia lombalgica e la distanza settimanale percorsa in bicicletta individuando un valore “soglia” intorno ai 160km/settimana (almeno 22 al giorno). Non sarebbe la bicicletta la portatrice di mal di schiena bensì l’utilizzo che se ne fa. Al riguardo in letteratura il mal di schiena aspecifico è riconosciuto essere un problema frequente del ciclista e soprattutto del soggetto agonista”.


Analizziamo meglio cosa vuol dire salire su una bicicletta e muoversi insieme a essa.


“Il normale assetto sagittale della colonna vertebrale, costituito da 3 curve (2 lordosi e 1 cifosi), viene completamente stravolto quando si monta in sella. La necessità di tenere il tronco più parallelo possibile al terreno avendo, allo stesso tempo, una buona visione della strada determina un completo annullamento della lordosi lombare, fino alla inversione della curva e un aumento della lordosi cervicale”.


Cosa succede a chi è un professionista della bicicletta? “Le geometrie dei moderni telai costringono a esasperare tale posizione, poco piacevole per la schiena, ma efficace nell’ottimizzare la capacità di esprimere potenza sui pedali e, soprattutto nel rendere più aerodinamici. Tuttavia, macinando tanti chilometri, queste posizioni di “stress” per la colonna possono sfociare in qualche campanello d’allarme”.


E chi invece utilizza le due ruote come passatempo?

“Sarebbe facile ipotizzare che processi infiammatori o degenerativi a carico della colonna vertebrale come artrosi, discopatie, ernie discali e altro, possano peggiorare in bicicletta. La posizione in sella, come abbiamo visto, porta infatti a distribuire in maniera anomala il carico a livello dell’unità funzionale vertebrale e mette i muscoli di tale distretto in difficoltà nello scaricare le sollecitazioni meccaniche che interessano le strutture articolari ed i fasci nervosi. Questi meccanismi caratterizzerebbero anche la colonna cervicale, costretta ad un atteggiamento di iperestensione prolungato”.


I disturbi possono capitare anche a chi è giovane o non ha mai sofferto di particolari patologie.


Durante la pedalata, la colonna è soggetta ad un continuo e ritmico movimento di flessione laterale soprattutto a carico del tratto lombare in sincronia con le oscillazioni del bacino e il movimento degli arti inferiori.


Il bacino, punto di ancoraggio degli arti inferiori, è sottoposto a notevoli forze destabilizzanti derivanti dall’azione di spinta sul pedale.


Questa intensa attività muscolare determina una certa compressione sulla colonna, indispensabile per produrre movimento.


“L’obiettivo di una adeguata preparazione atletica è sicuramente quello di ridurne gli effetti. Un rinforzo mirato della muscolatura stabilizzatrice del tronco potrebbe essere un’utile arma per andare ad assorbire e minimizzare le compressioni a livello osteo-articolare. Per ridurre al minimo la probabilità che il carico compressivo continui ad agire sulle nostre vertebre anche quando siamo tornati coi piedi per terra, è utile eseguire degli esercizi di allungamento della muscolatura degli arti inferiori, del bacino e del tronco una volta terminata la nostra attività”.


Secondo gli ultimi studi i fattori di rischio sarebbero intrinsecamente legati alla struttura della colonna vertebrale dell’atleta: si è osservato che i ciclisti lombalgici cronici tendono ad avere il cosiddetto ‘flexion pattern’ della colonna lombare, ossia un atteggiamento, più o meno strutturato, in cifosi della zona lombare rispetto ai soggetti ciclisti asintomatici. Il ‘flexion pattern’ sarebbe strettamente correlato con l’aumento di dolore durante le prestazione atletica.


“Questo ci porta a confermare il ‘no’ pronunciato prima: la bici non fa venire il mal di schiena a meno che non ci siano alcuni fattori predisponenti della propria colonna vertebrale, che sarebbe bene indagare o trattare con strategie preventive o riabilitative adeguate.



Come si regola la bicicletta


Da valutare:


- Altezza della sella: è una delle concause più frequenti di lombalgia. Una sella troppo alta porterà a pedalare allungando eccessivamente gli arti inferiori, costringendo il bacino a delle eccessive oscillazioni, inevitabilmente trasmesse anche alla colonna lombare e alle strutture articolari, muscolari e nervose di questo distretto.

- Distanza sella-manubrio: avere una ridotta distanza tra questi due punti di “scarico” del peso corporeo comporterà una maggiore distribuzione dello stesso a livello lombare rispetto agli arti superiori. Questa posizione “accorciata” porterà anche ad un minore utilizzo della muscolatura stabilizzatrice addominale che, come abbiamo visto, può essere un fattore nello scaricare le tensioni a livello vertebrale provenienti dalle sollecitazioni indotte dalla bicicletta stessa.


-Una posizione troppo allungata, viceversa, aumenterà il sovraccarico sul tratto cervicale della colonna.


-Dislivello tra sella e manubrio: analogamente avere un sellino troppo alto rispetto al manubrio porterà la nostra colonna lombare ad aumentare l’atteggiamento in flessione, invertendo completamente la curva fisiologica di questa struttura e portando in maggiore allungamento i fasci muscolari, rendendoli anche, probabilmente meno “reattivi” a un’eventuale richiesta improvvisa di contrazione. A tal proposito, avere una muscolatura maggiormente elastica e una colonna vertebrale adeguatamente mobile riducono le conseguenze di tale errata regolazione.


-Un dislivello troppo limitato, viceversa, ci porterà ad una posizione esageratamente eretta, andando così ad aumentare le forze compressive a livello del passaggio lombo-sacrale.

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